Racconti Partigiani:
“‘Andrea & Selvaggia”

Io guardo lei.
Lei guarda me.
Io riguardo lei.
Lei riguarda me.

E dopo un po’ che andiamo avanti con questo giochetto, nessuno si ricorda più chi ha cominciato a guardare chi e perché; ma non importa.

Non importa perché lei è bellissima. Più bella di qualsiasi altra cosa, animata o inanimata io abbia mai potuto vedere in vita mia. E nel mentre che ci guardiamo facciamo dei piccoli passi l’uno in corrispondenza dell’altra; e man mano che la vedo avvicinarsi il suo viso si fa sempre più nitido e i suoi occhi diventano sempre più grandi; e mi sembrano grandi e lucidi come le acque di un lago all’alba, quando il sole ci si fa il bagno dentro; mi sembrano profondi come galassie piene di stelle, come i crateri della luna che sta in cielo e ci guarda, come un buco nero che è talmente profondo da risucchiarsi stelle, pianeti, sistemi solari e galassie e portarseli dietro come se niente fosse, girando con un sorriso da scemo e la faccia innocente di chi pur avendo rubato per intero il mondo vuole convincerti di non avere fatto niente. Poi mi metto gli occhiali, e scopro che ha i baffi.
Ma comunque meno dell’ultima donna con cui sono stato. Mia Madre.

Arriviamo a prenderci per mano; io sono tutto sporco di fango in faccia, ho i capelli impiastricciati e incollati dalla polvere e la camicia talmente lisa e consumata da sembrare trasparente, come una bandiera passata di moda, come la sindone di un povero Cristo.

Lei indossa il vestito della festa; e di feste, quel vestito deve averne fatte parecchie, ha più rammendi che ricami, e sul suo viso ci sono tutti i segni di un tempo che è passato lentamente, controvoglia, cosi’ come farebbe un marito che deve partire per il fronte, anche se guardandola bene, probabilmente per il suo marito arruolarsi è stato un gesto necessario. Quando ci abbracciamo ognuno respira la pelle dell’altro; e dopo esserci abbracciati ci guardiamo e ci sorridiamo; entrambi puzziamo in una maniera incredibile, di una puzza che non lascia spazio a spiegazioni, chiarimenti o giustificazioni, e nonostante questo nessuno sente il bisogno di scusarsi, mortificarsi o giustificarsi, perché la puzza ora non importa; sono 3 anni che non si tromba, qui tra tedeschi, americani, Inglesi, Negri, e via dicendo, siamo tutti tornati vergini…
c’importa una bella sega delle altre persone che abbiamo intorno, della musica che viene suonata di fronte a noi e dei commenti che stanno cominciando ad arrivare da parte di chi ci sta guardando; niente importa.

Niente importa perché lei per me in quel momento è bella come una sposa, come una regina; anzi, è bella come una regina il giorno delle sue nozze: e non esiste regina, nel suo giorno più bello, che non profumi di tutti i fiori del mondo, e che non sia bella come la prima donna che sia mai apparsa sulla terra, forgiata direttamente dalle mani di Dio. Questo è quello che m’immaginavo, in realtà, ero davanti alla mia più difficile sfida personale, tutto si decideva quella sera. Dovrò scalare questa ragazza, di 200 kg, un cm alla volta, sono stato all’ inferno, signori miei…, o ritrombo oggi o cederò, e rischierò di morire domani, sarà una disfatta. Era brutta, ma parecchio, aveva un brufolo enorme proprio sotto il naso e un neo gigante che sembrava la Namibia.
Ma sono un partigiano, ho visto cose raccapriccianti.
Dentro di me, immaginavo fosse un’attrice americana, quelle dei cinematografi.

Non appena le nostre mani si toccano, poi, la musica ricominciamo a sentirla; facciamo solo in tempo a sussurrarci i nostri nomi:
Andrea, dico io.
Selvaggia, risponde lei.
Di nome o di fatto, controbatto.

E di colpo sembrava che i nostri piedi andassero da soli; che il mio corpo, che prima di allora mai aveva ballato in vita sua, se non con esiti disastrosi, fosse improvvisamente diventato più agile, leggero, e il suo peso non aveva effetto su di me; e nella mia testa, durante quei minuti, su quella piazza, mi sembrava che ci fossimo solo noi; che tutti, di colpo, si fossero fermati per guardare me e Selvaggia, che eravamo i più grandi ballerini del mondo, talenti cresciuti in paese e che ora tutto il mondo invidiava; ci aspettavamo che l’intera orchestrina si inchinasse al termine della nostra esibizione, che gli ubriachi seduti ai tavolini ai lati della piazza ci lanciassero mazzi di fiori, che i soldati venissero a chiederci gli autografi, uno per loro, uno per la moglie, e uno per i commilitoni rimasti in caserma, che il Sindaco ci onorasse con una medaglia istituita per l’occasione, che il Duce in persona, da Salò dove si era rintanato come un cane venisse a complimentarsi per quella danza meravigliosa, chiedesse scusa a tutti nuovamente per il disturbo, e scomparisse al grido di “La danza è l’arma più forte”.
Duce è l’arma più forte sì, questa pesa 2 quintali! Rispondo, io.

E finì, la magia, finì.

Ci tengo a precisare che il racconto è volutamente ironico. I Partigiani, uomini e donne, sono degli eroi che hanno messo in gioco il loro presente per regalarci un futuro. E mi ritengo fortunato ad essere stato una delle ultime generazioni che ha potuto ascoltare i loro racconti. Grazie.

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A settembre 2020 usciranno in ordine:
1) Il mio primo Fumetto “Il Grande Palco” disegnato dal bravissimo fumettista Edoardo Rabagliati, livornese DOC.
2) Due nuovi spettacoli.
a) Il mio terzo One Man Show di Stand Up Comedy, scritto ed interpretato da me “Io, Adolf & Mickey Mouse“.
b) Uno Spettacolo a Quattro con Antonio Probo & Andrea Gambassi più una donna perché è Mainstream, dal titolo “A.A.A. cercasi Affetto
3) Una volta a settimana, cosa che già sto facendo, usciranno i miei podcast su Spotify, Soundcloud e iTunes!

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